Comizi d’amore – Gli italiani reali di Pier Paolo Pasolini

Il 3 gennaio 1954 in Italia nasce la televisione. Dieci anni dopo dall’uscita dal regime fascista, il popolo italiano si aspetta dalle nuove tecnologie un processo di continuazione con quello che esisteva prima per fare comunicazione. La cosa che precedeva la televisione era la radio, essa agiva però come puro oggetto previo di immagini. Quando i dirigenti Rai hanno studiato il meccanismo per far abituare gradualmente l’occhio del cittadino alla televisione hanno puntato proprio sul vuoto lasciato  con l’assenza dell’immagine. L’impatto visivo conduce alla realtà e quindi alla verità. Gli italiani a cavallo fra gli anni ’50 e ’60 hanno bisogno di sapere, di conoscere e di toccare con mano la realtà dei fatti che gli veniva nascosta prima anche se chi lavora con la televisione continua a trattare gli argomenti riguardanti le verità italiane con le pinze (mafia, disparità del meridione, questione femminile). Sono coloro che agiscono lontano da essa e dal cinema che si spingono più a fondo nella ricerca dei significati nascosti col fine di rendere le menti degli italiani consapevoli di quello che li circonda.

Ed è così che, dieci anni dopo dall’ideazione del Primo canale televisivo italiano, Pier Paolo Pasolini  ci regala un documentario interessantissimo e coraggioso a quei tempi sul rapporto degli italiani e la vita sessuale, sugli “invertiti”, sulle puttane e sui divorzi che resterà ben lontano dagli schermi nazionali, si tratta di Comizi d’amore (1965).

Nei primi minuti del film-documentario, Moravia, intervistato dallo stesso Pasolini, dichiara che ci stiamo inoltrando in un tema-tabù che scatenerà la paura degli ignoranti poiché essi si allontanano e quindi si difendono dalle cose che non conoscono e che non vogliono conoscere. Un momento indimenticabile è il dialogo fra Pasolini e vari gruppi di bambini palermitani che rispondono alla domanda “Secondo voi, come nascono i bambini?”

 

Pasolini si avvicina poi ad un gruppo di giovani  ragazzi con la domanda “E voi, pensate che la sessualità sia un problema per la vita di oggi?” I maschi non si vergognano a dire che una delle loro passioni è proprio quella di vedere gli spogliarelli, le ragazze invece si discostano da questi piaceri insinuando che se fossero state uomini non avrebbero avuto problemi ma in quanto donne non proverebbero mai queste cose. In generale la vita sessuale per i giovani è molto importante.

Alla stessa domanda, invece, Peppino Di Capri si imbarazza e risponde alla domanda svagando sull’argomento sostenendo che la sua ragazza potrebbe sapere di questa intervista e arrabbiarsi.

L’intervista passa poi nel mondo rurale e quindi negli strati inferiori della società. Per gli anziani la sessualità che si vive in quel momento è migliore di quella dei loro tempi in cui si facevano figli senza criteri con il primo che capitava.  Secondo un padre di famiglia poi, riguardo la disparità fra l’uomo e la donna, esiste una lieve inferiorità per la donna, secondo la figlia, invece, questa differenza non deve esistere.

Tornando ai giovani, un ragazzo fuori dall’università, ammette che non potrebbe mai provare attrazione erotica per una donna con la quale non condivide alcun tipo di affetto. Un altro dichiara invece che se vedesse passare una bella ragazza non esiterebbe nel fare degli apprezzamenti, ma solo trattandosi di un’italiana.

Davanti ad una fabbrica milanese si passa poi all’altro tema tabù della società  italiana: la prostituzione. Sotto l’edificio camminano numerose donne che lavorano lì come impiegate e si sottopone loro il quesito: “Lei non lavorerebbe in modo disonesto sapendo che però guadagnerebbe sette oppure otto volte di più rispetto a quello che guadagna ora?” La risposta di tutte queste donne è ovviamente in favore al lavoro onesto e legale, anche se mal retribuito.

Altro tema è la verginità nel matrimonio. Le ragazze, specialmente quelle del sud, devono rispettare questa tradizione e ne trovano la giustificazione nella gelosia degli uomini e nel “è così perché qui sono questi gli usi”. A Roma e nel nord Italia la situazione è invece ben diversa. Le ragazze romane e milanesi si mischiano con tranquillità nei gruppi maschili, quelle, per esempio, della Sicilia, difficilmente si fanno avvicinare poiché hanno paura che la gente faccia malelingue sui loro conti. Quando a queste ragazze le si pone l’interrogativo sulle prostitute esse fanno finta di non aver capito, fa sorridere vedere come tutte e tre le intervistate abbassino meccanicamente la testa verso il basso colte dall’imbarazzo che suscita quella singola parola.

La distinzione fra il nord e il sud è evidente e netta. Non si può nascondere che la sessualità a Milano è vissuta con una libertà maggiore e con disinvoltura crescente, al contrario, nel sud sopraggiunge ancora il rigido rispetto di quello che è la “tradizione”. Le diversità si sentono anche fra le classi sociali, il proletariato risulta avere ideologie più libere anche se in campagna l’onore della donna è l’unica ricchezza esistente; la borghesia si comporta invece ipocritamente.

Prima di immergersi nelle considerazioni sull’omosessualità dichiarate dai borghesi, si insinua delicatamente la celebre concezione di “uomo anormale” di Ungaretti.

 

L’inchiesta si fa più curiosa ai nostri occhi moderni quando Pasolini entra in una classica balera giovanile frequentata da giovani benestanti e pone loro la domanda “Cosa pensate delle persone diverse, gli “invertiti” “? Seguono varie risposte interessanti che vanno citate letteralmente per essere capite. “Ah si, ne ho sentito parlare.”, “Non so di cosa si tratta.”, “Speriamo che i miei figli non siano così”; o ancora “Cosa provi nel vedere un uomo che si veste da donna?”, “Provo ribrezzo, no?”. “Mi fa schifo, lo lascio.”, “Io penso che te ne accorgi subito.”, “Alcuni possono ingannare.”, “Non mi interessa, non voglio conoscere questo campo.”, “Sono creature che manda dio. Se si possono curare farei di tutto”. Un capotreno dichiara poi: “Ormai non mi scandalizzo più ma bisognerebbe fare le cose in separata sede e non in pubblico. Le inversioni però mi fanno schifo. Si scandalizzano di più le persone politicamente di centro. Gli invertiti devono essere repressi nel modo più severo, la prevenzione può salvare la gioventù.

In seguito viene data la parola a Moravia: “Non mi scandalizzo. Mi scandalizza la stupidità, c’è possibilità di capire le cose e le cose che vengono capite non scandalizzano più. Lo scandalo è un fatto minaccioso per se stessi, è una paura di conoscere a fondo la propria personalità.”

Dietro il suo microfono, Pasolini va a conoscere i giovani che popolano le spiagge romane, milanesi e quelle toscane. L’interrogatorio ora si concentra sul tema del matrimonio e del divorzio. Le ragazze risultano essere il fulcro delle risposte più coraggiose e “limpide”, come dice Pierpaolo. Ma in generale, gli adulti pensano che colui che divorzia non è un uomo per bene dal momento che la società e l’intera nazione si formano intorno al concetto di famiglia.

Le ultime parole di questa curiosa e a tratti sconvolgente inchiesta è data all’ultimo gradino della scala sociale, gli operai di Firenze, di Milano e di Napoli.  A loro Pasolini si rivolge citando la nuova legge Merlin sull’abolizione delle case chiuse del 1958.

 

Al termine di questo viaggio documentato nell’Italia degli anni ’60 spaccata fra tradizione e progresso, prevenzione e rischio, Pasolini si domanda quale sia la vera Italia, se quella che si è lasciata intervistare  oppure quella che non ha voluto rispondere. Coloro che non hanno risposto sono gli appartenenti alla borghesia italiana ed  hanno lasciato un profondo vuoto a questa inchiesta. Non si risponde alle domande piccanti e inusuali perché rispondere vorrebbe dire infrangere il tabù e quindi guardare dentro se stessi, interrogarsi. Queste persone sembrano aver paura di venir meno alla loro posizione nella società e soprattutto di impegnarsi non solo socialmente ma umanamente.

 

Ho voluto riportare per intero i graduali passi di questa inchiesta senza volerne stravolgere il significato, darne uno mio, o inventarmi un altro tipo di movimento per il testo che non fosse quello di Pasolini.

 

E.d.C.

 

 

 

 

Dedicato a tutti quelli che amano dire “Ahimè, non è più la band di una volta”

maxresdefault

Sul fronte musica italiana, ci troviamo in un periodo in cui vediamo sfornare dischi da chi si era allontanato per un po’ dalle scene. C’è chi ha interrotto il tour da un anno e poi si è dato alla macchia, chi a cose finite si è preso una pausa, poi ci sono i “gruppi meritevoli” che invece si sono messi subito a lavoro tenendoci aggiornati anche di quanti respiri al giorno riuscivano ad emettere in studio registrazione. Si tratta sempre di gruppi che corrono in sala per mettere qualcosa sotto i denti o semplicemente per far vedere ai fans che sono ancora carichi di sperimentare cose nuove.

Voglio prendere in esempio il nuovo disco dei Ministri, Cultura Generale, uscito il 18 settembre, e gli affianco l’omonimo disco Il Teatro degli orrori fatto uscire dal Teatro il 2 ottobre.

La tesi è: perché i fans, all’uscita di nuovi album, non fanno altro che screditare l’ultimo lavoro delle loro band preferite rimpiangendo con nostalgia il disco precedente (che magari aveva subito le stesse sorti)?

Ma andiamo più indietro.

Il   26 maggio 2015 Appino ha pubblicato, nuovamente per Tempesta, il suo secondo disco solista Il grande raccordo animale. Come sappiamo, il precedente Testamento aveva avuto un grande successo e, con la vittoria della Targa Tenco nella categoria “opera prima di cantautore”, il disco ha toccato vette che lo stesso Andrea non pensava di raggiungere. Il testamento è un disco eccezionale, nuovo ma con richiami alla nostra migliore musica cantautoriale di un tempo, è un’autobiografia commovente e ironica che ci fa toccare la terra e poi ci fa “lanciare dal cornicione” con l’anima, attratti da quelle parole così dirette e stuzzicanti. Nel Testamento vediamo la società di una generazione che scende sul palco di un grande teatro ed inizia a ballare e a comportarsi abitudinariamente facendoci osservare dalle logge più alte la storia di un uomo e della sua famiglia. In parole povere, un album potente che fa riflettere. Gli ascoltatori del Testamento, all’uscita di Grande raccordo animale, hanno storto un po’ la bocca e si sono rifiutati di scorrere fino all’ultima traccia dell’album. “Il disco è bello, però non è il Testamento“, “Eh, ma l’album di prima era decisamente meglio, questo non ha niente a che vedere col precedente“, “Guarda, manco lo ascolto“. Va bene, ognuno ha le proprie modalità di approccio ad un nuovo disco ma qui non si parla né di pregiudizi né di altre-cose-da-fare, c’è di mezzo l’ottusità. Appino nella presentazione del disco alla Feltrinelli di Roma disse: “Ho scritto questo disco con l’idea di farmi ritrovare lì dove i fans abituali non pensavano di trovarmi – e ancora – per i nostalgici del Testamento e per i delusi posso solo dire che il primo disco sta là ed è ancora scaricabile, continuate ad ascoltarvi quello.” E ha detto bene. Fare nuovi dischi vuol dire evolvere, sperimentare, approdare in nuovi generi e sottogeneri, stravolgere le proprie basi e stare lì a vedere fin dove si può arrivare. Solo gli AC/DC sono stati in grado di mandare avanti una carriera di quarant’anni rimanendo sempre sullo stesso punto. Il grande raccordo animale è molto diverso dal Testamento, com’è giusto che sia,  è drammatico ma stavolta in modo indiretto, si gioca più sull’ironia e su ritmi “ballabili” e reggae. E’ un disco che sa di viaggi, di sole e di aria nuova.

Tornando a noi,  accadono altri eventi sconvenienti come il polverone che si è alzato dopo l’uscita del nuovo disco dei Ministri. Il trio milanese ha una carica fresca e sempre in via di sperimentazioni, gli si possono dire tante cose tranne che risultano sempre uguali. Ogni loro disco ha un colorito diverso, sia nel sound che nei testi, e questo ci fa odiare un po’ di meno quell’accento milanese, a noi che proveniamo da luoghi tutt’altro che nordici. Cultura generale è diverso da I soldi sono finiti o da Tempi Bui, è meno sporco e più incline a seguire una linea retta. I fans, abituati a canzoni da torcicollo durante i live, si ritrovano a dover sopportare molti brani lenti. La cosa grave è che ci sono persone che rimpiangono Per un passato migliore quando ai tempi della sua uscita consideravano anch’esso una cagata. Quindi fatemi capire, le cose passate, calde, sentite e risentite vi appaiono familiari, ormai orecchiabili e quindi soddisfacenti, i lavori nuovi e casti vi terrorizzano e ne scappate a gambe levate. “Non sono più i Ministri di una volta”, ma quali sono i Ministri di una volta se hanno pubblicato appena 5 album?

Per non parlare di quello che è toccato al Teatro degli orrori, in silenzio da ormai più di tre anni, lanciano fuori un disco che gli si adagia perfettamente addosso ma si trova comunque qualcosa da ridire. Non vi chiedo il motivo per cui avete scelto di non ascoltarvi più il Management del dolore post operatorio che ovviamente doveva e poteva risparmiarsi l’ultimo disco, vi domando il motivo per cui vi risulta così conveniente infamare i nuovi album non tollerando che ogni band può, anzi deve, voltare il paginone di un genere musicale ormai ben calpestato. I gusti sono gusti, sempre, ma non bisognerebbe scambiare la perdita della passione con il rischio di evolvere.

I God is an Astronaut cullano l’Orion (RM)

A distanza di un anno, è tornato il 14 ottobre 2015 all’Orion il gruppo post-rock irlandese God is an Astronaut. Il gruppo, formatosi nel 2002, ha alle spalle un EP e sette dischi pubblicati, fra cui l’ultimo, “ Helios- Herebus”.

La loro melodia ipnotica e stimolante che sprigiona dalla chitarra di Torsten Kinsella, dal basso di Niels Kinsella, dalla batteria di Lloyd Hanney e infine dalle tastiere di Jamie Dean , va a fluttuare nell’aria come un astronauta in balia della scoperta dell’infinito cosmo.

Con il succedersi delle loro prime proposte, The end of the beginning (2003) e All is Violent all is Bright (2005), la musica dei God is an astronaut è diventata più introspettiva e ricercata; da un’atmosfera pura e cauta si inizia a pretendere un sound più psichedelico. Si passa poi ad A Moment Of Stillness del 2006, dove si assiste ad una vera e propria ascesi del suono, nel 2008 l’omonimo God is an Astronaut e nel 2010 Age of the Fifth Sun. Nel 2013 con Origins il gruppo si allarga e si arricchisce di altri elementi come Pat O’Donnell dei Fountainhead la cui voce, oltre alla tastiera e la chitarra, diventa parte del disegno armonico del gruppo.

Introdotti dal gruppo The Shiver, i God sono partiti con Agneya e Pig Powder, brani iniziali dell’ultimo album, hanno fatto sperimentalmente esplodere le conosciute All Is Violent, All Is Bright, Echos, The End of the Beginning , From Dust To The Beyond. I brani di Helios-Herebus (2015) sono accusati di essere più heavy e straripanti di riff rispetto a quelli del primo periodo della band. Nonostante questo, l’Orion è stato pervaso dai suoni ambiental e a tratti elettronici che hanno fatto da tappeto al sound di Kinsella e soci. L’energia della band è evidente e sempre ben guidata dal tastierista Dean che comunica con il pubblico, ringraziando Roma e ricordando di essere soddisfatti ad aver raggiunto tale numero di ascoltatori. Al termine del live, dopo essere rientrati gocciolanti di sudore nel backstage, i God sono usciti a firmare dischi e a lasciare qualche parola ai fans, l’unica frase che è arrivata al mio orecchio è stata quella riguardo una loro passione per i Godspeed You! Black Emperor.

I fans che si trovano sotto al palco, alzando braccia e “dita a v”, sono di ogni generazione, da ragazzini curiosi, a ragazzi che indossano t-shirts dei Queens of the Stone Age fino a signori malinconici che ritrovi sempre, chissà come, esattamente davanti alla tua visuale.

Con un’ora e mezza di esibizione, i God is an Astronaut hanno dimostrato la loro carica, il loro riconoscimento verso il pubblico ma senza far vivere a pieno il pathos che si prova ascoltandoli dal disco chiusi in camera.

Stasera saranno a Bologna a Zona Roveri per poi proseguire con il loro tour.

Per i God is an Astronaut si è parlato di “show kaleidoscopico”, sul palco il quinto componente è la luce: i giochi di luce si adagiano alle musiche come se battessero il tempo, per creando una rappresentazione visiva di quello che fuoriesce dagli strumenti. Si tratta di una pioggia di stelle che nasce dalle loro spalle e poi sommerge il pubblico che diventa, insieme alla band, parte della stessa piccola parte di cosmo. Non è solo Dio ad essere astronauta, dopo la loro esibizione lo stesso pubblico potrebbe librarsi, almeno con la mente, in altre atmosfere.

 

I MINISTRI SOMMERGONO L’ATLANTICO DI ROMA

Ventitré ottobre 2015, dopo due anni di assenza il trio milanese è tornato all’Atlantico di Roma per raddoppiare il pubblico e il calore che li accoglie.
Roma è stata la seconda data del nuovo tour dei Ministri che si sono portati dietro la schiena il nuovo serpentone totem del disco Cultura Generale, uscito lo scorso 18 settembre. Il nuovo album, pubblicato sempre per Godzilla Market/Warner, è stato registrato quasi interamente in presa diretta, o come hanno dichiarato loro “senza fondotinta”, negli storici locali della Funkhouse Studio di Berlino sotto la supervisione di Gordon Raphael (già produttore degli Strokes). Hanno fatto le cose in grande stavolta anche se si teme che non si tratterà del disco più ricordato dai fans.
Per questo tour i Ministri hanno deciso di farsi accompagnare da band che più che loro colleghi sono visti dal trio come dei veri compagni con cui condividere palco e sudore. Il live è stato aperto prima dai Luminal, band indie-rock romana che ricordano indirettamente i Crystal Castles e poi dal Pan del Diavolo che hanno iniziato a scaldare il pubblico col loro folk-rock sopra le righe.
I Ministri sono poi entrati in scena esibendo diverse giacche rispetto ai tradizionali cappotti napoleonici importati dalla Cina che i fans ricordano bene. Il batterista Michele Esposito è il primo ad entrare, si siede dietro la sua macchina rullante e comincia ad accennare con la batteria la canzone d’apertura. Segue poi Federico Dragogna, famoso per le sue piroette animalesche e infine il tanto acclamato Davide Autelitano, voce graffiante del gruppo e bassista. Per questo tour la novità assoluta è la new-entry Marco Ulcigrai, voce e chitarra del trio milanese Il Triangolo, nuova seconda chitarra dei Ministri dopo il polistrumentista Effe Punto che aveva amichevolmente lasciato il gruppo per seguire Dente. La batteria di Michele e la chitarra di Fede hanno subito scaldato il pubblico facendo riemergere le scintille di rock che tutti avevamo lasciato dormire dentro di noi per due anni. Infine entra Divi ed inizia ad intonare “Fiume in piena, travolgi discoteca, travolge i circoli deserti, travolgi la tua idea di scena…” In ordine sparso , i Ministri hanno poi eseguito il singolo Balla quello che c’è, Comunque, la travolgente Idioti che se la prende con tutti quelli che ostacolano il nostro mondo ma finiscono col prendersi in giro da soli, Le Porte, la ballad Sabotaggi, Macchine sportive che si inserisce subito nelle “canzoni-da-pogo-ministriche”, Non ci conviene puntare in alto che invece non veniva inserita in scaletta dalle prime data del precedente tour Un Passato Migliore, Il Bel Canto (condito dal tradizionale stage-diving di Divi) e via dicendo fino all’abituale chiusura con Abituarsi alla fine.    Quello che i Ministri dimostrano in ogni loro concerto è una giovanile energia arricchita da un sensibile affetto per il pubblico. Il loro sound pungente, sporco e a tratti punk sempre congiunto ai testi accattivanti e geniali di Federico Dragogna (anche se in Cultura Generale troviamo ben tre canzoni scritte da Davide Autelitano) promettono al gruppo un posto d’onore in quel che è rimasto dello scenario rock italiano.

Lode ai Bluvertigo

Avevo appena 13 anni quando approdai ai Bluvertigo.                                                                    Per quel periodo, in cui erano in auge gruppi americani pop-punk, come i Green Day, i Blink 182, i Sum 41 e le prime mode della musica house (con ragazzini di tredici anni che si chiudevano nelle discoteche locali fino all’orario di coprifuoco), era rischioso ascoltare qualcosa di ‘anticamente‘ italiano. E’ risaputo: i giovani che ascoltano la musica italiana anteriore agli anni 90 sono considerati dei radical chick o banalmente dei vecchi dentro. Non ho mai voluto far parte di un ghetto giovanile, assorbivo al pari di una spugna, come direbbe Pasternak, quello che avevo intorno e poi lo rigettavo oppure lo conservavo dentro il taschino del mio cappotto per anni.
Nel corso del secondo superiore feci un camposcuola ad Ischia. Era il periodo in cui Morgan andava forte nella seconda edizione di X-Factor.  Per combattere il mal di mare sul traghetto ascoltavo l’Assenzio dall’ipod di un’amica e senza farci caso cantavo parola per parola tutto il testo, non proprio a bassa voce. Trattenendo il fiato intonavo il ritornello:

Le vacanze, lo stato, la frutta, i soldi, mangiarsi le unghie
gli amici imborghesiti, sado-maso,
l’erba voglio, cibo giapponese,
i dischi, capire Battiato, film d’orrore,
le case chiuse fanno bene fanno male,
sto bene sto male (the song of nothing)
fanno bene fanno male, sto bene sto male.

Per non parlare dell’ultima strofa che mi gasava, mi gasa e mi gaserà sempre

gli effetti speciali, la polizia,
travestirsi, la censura, l’oppio,
la religione, il lego,
l’assenzio

Poi tornavo a respirare e i pochi compagni attorno a me mi dicevano “la sai proprio tutta, eh?” ma mi sentivo proprio non capita.

Morgan ad X-Factor diventò da subito un fenomeno da baraccone, un saltimbanco, uno dei personaggi di Chagall, sospeso in aria senza riuscire a toccare né la terra né il cielo. Criticato da tutti ancora oggi per il suo so-tutto-io snervante e ripetitivo; ma parlandosi chiaro, X-Factor senza Morgan ha tutt’altra audience. In quegli anni mi ha dato una grande mano per indirizzarmi verso nuovi generi musicali che non siano i soliti Nirvana, Queen e Guns n’roses che si ascoltano da ragazzini. Non so alla fin fine perché ho dato molto peso a quello che faceva cantare ai suoi talenti ma mi divertivo a stargli dietro, a scoprirlo e a lasciarmi indirettamente consigliare da uno che si era creato un personaggio davvero interessante. Così conobbi i Talking Heads, i Kraftwerk e infine l’immenso David Bowie.

X-Factor a parte, Morgan è stato per un certo periodo il mio orecchio. Ho sempre detestato coloro che lo criticano per le sue stravaganze, per la sua presuntuosità e per i suoi vizi senza conoscere fino in fondo la sua vita e senza avere la minima curiosità di sapere chi è Marco Castoldi fuori dalla televisione. Attualmente ne è uscito fuori, si occupa interamente di musica, di progetti nuovi e sembra stranamente molto attaccato ai suoi fans. Sarà per caso riuscito finalmente a svestire i panni dell’uomo di spettacolo e ad incarnare di nuovo la figura unica di musicista?

Ieri sera dopo il concerto di Cerveteri ho voluto dedicare un po’ del mio tempo per realizzare questo video. Ho curato personalmente il montaggio, il testo e la produzione. È un mio piccolo pensiero per tutti voi.
Morgan (Fonte: InArteMorgan)

I Bluvertigo, tutt’interi, sono rinati quest’anno dopo il “congelamento” del 2001 con molti concerti per l’italia e il nuovo disco Tuono alle porte. Ho parlato di Morgan ma non metto affatto da parte Andy, Sergio e Livio che per me sono fondamentali come lo è Morgan. La mia idolatria per Andrea Fumagalli è in stadio ben avanzato dopotutto.  Ma tornando a loro bisogna dire che sono di nuovo una cosa sola ed esistono in quanto gruppo e non delle individualità a parte. Non si parla né di Morgan e i suoi Bluvertigo (come sono stati presentati al Primo Maggio) né si parla di “quello schizzato che ha dichiarato che la droga fa bene”. Si parla dei Bluvertigo, quel gruppo che ha portato agli italiani un genere per cui non erano pronti, sempre originali e fuori dal tempo.

 

image
Bluvertigo, Simmetrie Festival Arezzo, 7 agosto
image
Bluvertigo, Simmetrie Festival Arezzo, 7 agosto
image
Bluvertigo, Simmetrie Festival Arezzo, 7 agosto
image
Bluvertigo, Simmetrie Festival Arezzo, 7 agosto
image
Bluvertigo, Simmetrie Festival Arezzo, 7 agosto
image
Bluvertigo, Simmetrie Festival Arezzo, 7 agosto
image
12 Giugno: Bluvertigo – Brianza Rock Festival
image
12 Giugno: Bluvertigo – Brianza Rock Festival
Morgan- 28,1,2011, Stazione Birra, Roma
Morgan- 28,1,2011, Stazione Birra, Roma

David Bowie #1

Questo bambino è già stato su questa terra. Si vede dagli occhi, sono quelli di chi la sa lunga.”Diceva Peggy Burns, la levatrice del neonato David Robert Jones, nel lontano 8 gennaio del 1947.

Il 1947 fu un anno fruttuoso e degno di nota in un ristretto ambito musicale-artistico. In quell’anno e in quello stesso mercoledì invernale, un giovane Elvis Aaron Presley stava compiendo il suo dodicesimo compleanno a Memphis mentre da qualche altra parte l’enigmatico artista Pollock stava valutando il suo primo “action painting”. Così nell’anno in cui comparì la fotografia istantanea e nell’anno in cui i cittadini di Roswell si ritrovarono con un UFO (guarda caso!) schiantato al suolo, nacque David Bowie.

Il piccolo David viveva al 40 di Stansfield Road col padre John Jones e con la madre Peggy Burns. Ogni tanto si unisce a loro il fratellastro di David, Terry Burns che avrà numerosi alterchi col patrigno. Come tutti i bambini, David frequenta la scuola e tutti iniziano a vedere in lui una dote particolare che però ancora non si esplica; comincia a farsi notare la sua passione per la moda e per la musica anche se venne sbattuto fuori dal coro scolastico.

Mia madre non si rese conto di cosa stava iniziando”, dichiarò Bowie nel 2002. Nel ‘59 David inizia a sperimentare nuove pettinature e modifica anche la sua divisa scolastica. Proprio come ogni ragazzo, si rifugia nella sua stanza perché nessuno riesce a vedere le cose come le vede lui, si sente un artista ma sono in molti, soprattutto i suoi genitori, che gli bloccano l’accesso a quel mondo tanto desiderato. (Anche se poi quando sarà diventato grande, il padre contribuirà alle spese per aiutarlo a comprare i suoi primi strumenti musicali.)

George Underwood è il compagno delle giornate di David, quasi un migliore amico che lo accompagnerà nel suo primo approccio alla carriera musicale che inizia proprio quando George diventa il cantante del gruppo beat locale The Konrads e David qualche tempo dopo lo seguirà entusiasta.

Vi sentite davvero così indie?

E’ giunto anche il 2015. Che sia un anno pieno di eventi gradevoli o meno lo “scopriremo solo vivendo” cit. ma la parola Indi, che aleggia ormai da ogni parte, a cominciare dalle bocche dei ragazzini che vanno ai concerti dei Kutso fino agli abiti indossati dalle modelle in passerella, state sicuri che quella resterà ancorata nella vita di tutti i giorni.

Ma che cosa si vuole intendere quando qualcuno ci si rivolge dicendo: “Sei così indie“?

In Italia il gruppo bolognese Lo Stato Sociale ha incoraggiato una generazione di giovani a sentirsi così indie tanto da aver “rotto tutti i vinili di papà“, non sapendo che il testo mirava a criticare proprio questi atteggiamenti finti e discordanti  di ragazzi e ragazze che pur di far apparire nel loro lettore di spotify che stanno ascoltando qualche pezzo musicale sconosciutissimo andrebbero ad ascoltarsi anche un disco del Trio Lescano (quelli de ‘ l’insalata era nellorto e una casa avevi tu‘, sì). Ma d’altronde si sa che come il bue dice cornuto all’asino, l’indie dà dell’indie ad un altro indie. Ma questo è un altro discorso.

Come anche i cani sanno, Indie deriva dalla parola inglese independent e avvolge tutti coloro che si autoproducono ovvero che non fanno musica sotto le più grandi etichette commerciali come la Universal, la Sony o la Emy bensì fanno musica fai-da-te, low budget.

La musica indipendente quindi va contro quella mainstream di cantanti che si ritrovano il testo e gli accordi delle canzoni da cantare già sotto agli occhi (a volte).

Oggigiorno se dico “Musica indie rock straniera”, mi vengono presentati una sfilza di nomi, come i Sonic Youth, gli Artic Monkeys, gli Strokes o gli Smiths etc. Se invece parlo di indie italiano escono fuori i Verdena, gli Zen Circus, Le Luci della Centrale Elettrica, i Tre Allegri Ragazzi Morti etc.

Per concludere, mi assumo tutta la responsabilità di aver scritto boiate ma d’altronde in questi casi la scrittura diventa soggettiva e diretta ad un pubblico che non deve per forza avere la testa uguale alla mia.

Tutto questo per voler ricordare che la musica indipendente non può essere una moda d’abbigliarsi, un genere, un atteggiamento: la musica indipendente è un modo di fare la propria musica, è una scelta su come venderla al pubblico, se prostituirla o se diffonderla in maniera pura e spontanea così come si propaga il vento fra gli alberi.

P.S. Io odio Lo Stato Sociale